Andy Warhol

Mi ricordo che all’Università mi ero fatta i seguenti esamoni, nell’ordine: storia dell’arte medievale, moderna, metodologia della critica d’arte e storia dell’arte contemporanea. In pratica Andy Warhol era proprio una delle ultime cose che mi sono ritrovata a studiare. E sarà perché è stata l’ultima, sarà perché ero stanca e cominciavo a capire che tutto quello studiare mi avrebbe dato da mangiare solo se mi fossi messa effettivamente a mangiare libri, sarà pure che venivo da ore e ore passate ad osservare e memorizzare Michelangelo, Caravaggio e compagnia bella ma, a dirvi la verità, ho archiviato e snobbato per anni il buon Andy the Dandy con un “sì, vabbè, è quello lì delle lattine della zuppa”.

E’ stata una fortuna che all’esame non me l’abbiano chiesto, perché la figura sarebbe stata barbina. Ed è stata anche una fortuna che qualche anno dopo io mi sia per caso ritrovata alla National Gallery of Scotland a giocare come una bambina in una stanza piena zeppa di palloncini riflettenti gonfiati ad elio. Ricordo che mentre a bocca aperta lanciavo in aria la mia immagine che diventava prima piccola e poi grande, ricordo di aver pensato: “Accidenti a me! Quest’uomo è un genio!”. Da quel momento lì la mia mente ha girato di 180° e si è ritrovata di fronte qualcosa di cui aveva visto sempre e solo il lato grigio. Ho aperto la lattina e in invece della zuppa al pomodoro c’ho trovato un mondo.

Mettiamo subito le cose in chiaro: se uno si approccia all’arte dal suo metro quadrato di tempo\luogo\visione\percezione non vedrà mai niente, solo sfilze di Madonne tutte uguali, quadri di ninfee fuori fuoco, facce col naso fuori posto, tele schizzate a caso e confezioni di detersivo. Personalmente, al cospetto di un’opera d’arte cerco sempre di abbandonare tutto ciò che conosco, perché c’è qualcuno di fronte a me che sta cercando di raccontarmi il lato della luna che non ho mai visto, che sta cercando di insegnarmi una lingua che non conosco, o che sta cercando di dirci semplicemente che c’è un modo diverso di vedere, sentire, pensare a qualcosa. Capite bene che qui la questione è delicata. Ne va della mia comprensione del mondo.

C’è stata un’epoca in cui rappresentare soggetti religiosi come solidi esseri umani reali inseriti in ambientazioni prospettiche era una mossa azzardatissima, così come ad un certo punto lo è stato dipingere le cose così come la nostra impressione ci suggeriva. Diciamocelo senza tanti fronzoli: ogni epoca ha avuto le sue fisse, le sue regole assurde e i suoi schemi. Bene. I più grandi artisti sono stati quelli che con gli occhi e la mente bene aperti hanno preso queste fisse le hanno ribaltate e\o rispedite in faccia al mittente. Sono quei supereroi che hanno disintegrato gli schemi e liberato la mente delle persone. E ognuno di loro l’ha fatto con il mezzo che gli era più consono, a seconda del tempo in cui ha vissuto: scrittura, cinema, scultura, videoarte, pittura, musica. Quale che sia il mezzo menomale ci sono stati e ci sono ancora. Per quanto ci riguarda la fissa e lo schema bizzarro della nostra società è quello di renderci tutti uguali, spensierati e quello di tenerci il più attaccati possibile a bisogni inventati e il più lontano possibile dal riconoscere ed ammettere verità scomode.

Se Guernica ci racconta l’orrore della guerra, una lattina di Zuppa Campbell che cosa ci racconta? Siamo proprio sicuri che “avreste potuto farlo anche voi”?

Warhol, a differenza di Michelangelo o di Monet è vissuto in un’epoca molto più vicina alla nostra, il che, a mio parere, lo rende da un certo punto di vista anche più difficile da capire, proprio per il fatto che ciò di cui parla ci sembra quasi ovvio. Lui, a differenza di Caravaggio o di Picasso, ha visto la crescita economica, lo sviluppo della tecnologia, perfino gli stessi film che abbiamo visto noi, o perlomeno ha assistito alla loro nascita. Quando noi siamo nati c’erano già. Hai fatto una scultura con la confezione di un detersivo? Sai che novità. A casa ne ho una anch’io, allora? Sono un’artista? Però consideriamo una cosa: la nostra mente è talmente annebbiata dal fatto che la zuppa, il detersivo, Marilyn Monroe li abbiamo visti così tante volte da considerarli talmente normali da non poter essere un’opera d’arte.

Capito l’inghippo qual è?

“I prodotti brutalmente impersonali e materialistici che sono le fondamenta dell’America di oggi” vengono riproposti in serie, in una serie che si sussegue così insistentemente che tu lì davanti sei costretto ad osservare la serie di scatole vuote su cui l’esistenza della moderna società si basa. E più le guardi e più ti sembrano normali e quotidiane. Vuote scatole tutte uguali, per te così familiari. E più ne diventi consapevole, più secondo me Warhol arriva dove voleva arrivare. Probabilmente un contemporaneo di Giotto apprezzerebbe più la Campbell Soup in un modo diverso dal nostro, così come noi amiamo oggi più di allora le Madonne della sua epoca in un modo diverso dal suo.

LA MOSTRA DI PALAZZO BLU – PISA 2014

Ci sono varie sale della mostra in cui la poetica di Warhol “ti sbatto in faccia la realtà che hai creato così poi mi dici se ti piace” viene fuori in tutta la sua forza… non prendendoci in giro come con la zuppa, il detersivo o il dollaro, ma scioccandoci: in THE DARK SIDE OF AMERICA troviamo una serie di serigrafie riguardanti la violenza e la morte. Fotografie di incidenti, di scontri razziali, di ricercati. Semplici fotografie di giornali, quelle che di solito releghiamo alla nostra visione periferica, quella non a fuoco. Warhol le isola, le ingrandisce e ce le sbatte in faccia: dobbiamo guardarle, non si scampa e ci dobbiamo relazionare con esse. In basso c’è una sua frase che chiarisce la chiave di lettura di questa sezione: “Quando vedi un’immagine tante volte questa perde di significato”. Alzando gli occhi ci si trova di fronte una serie di serigrafie che ritraggono una Sedia Elettrica. Sono l’elaborazione di una fotografia scattata a Sing Sing nel ’53, in un angolo della foto troneggia la scritta SILENCE. Warhol ha preso quell’immagine di morte così inquietante, l’ha moltiplicata per 6, e l’ha dipinta con colori che producono lo stesso rumore del gesso sulla lavagna. Azzurro, arancione, giallo, rosa. L’effetto è micidiale. Vuoi distogliere lo sguardo e pensare ad altro, ma non puoi. E quello a cui pensi non ti piace affatto.  Sempre nella stessa stanza c’è un altro quadro raccapricciante:  quello dei famosi Coltelli che si trovano sulla copertina di Gomorra. Sono un esempio perfetto di quello che riusciva a fare Warhol da una semplice foto. Ritrae 6 semplici coltelli da cucina. Ma i coltelli serigrafati al negativo e con l’aggiunta del rosa che colora la lama e traccia il contorno del manico ci raccontano una scena dell’orrore: quei coltelli sono stati usati e la nostra mente inventa prontamente una storia. Il risultato è il fastidio puro.

L’uso nel negativo e del colore è ancora più evidente nelle serigrafie di Marylin, Liz Taylor e Jackie Kennedy.

Ho scoperto solo a questa mostra che Warhol ha cominciato a fare le Marylin dopo aver saputo della sua morte e allora come dovevano essere lette è stato chiaro. La foto più iconicizzata della diva più famosa d’America, rappresentante di bellezza e leggerezza, dipinta con colori grotteschi dopo la sua morte: verde, rosso, azzurro, giallo. Il risultato è come quello della sedia elettrica. Fino a quelle in negativo dove Marylin è letteralmente risucchiata via: si sta sbrindellando sotto i nostri occhi.

Le immagini di Jackie Kennedy che erano state sbattute in prima pagina dalla stampa mondiale, vengono isolate e colorate in Gold e Lavender Jackie, che viene eletta ad icona del dolore e della perdita, di una moglie del marito certo, ma anche di moltissime persone: la fine dell’era dei sogni capitalistici e dell’innocenza. E di fronte alla sua espressione straziata (accostata alle immagini precedenti di una Jackie sorridente) su fondo oro e lugubre viola la tristezza di questa donna, totalmente smarrita nella decontestualizzazone di queste immagini ti fa rovesciare lo stomaco.

Ancora una volta quello che la società produce spacciandolo come bellezza, come modello, è sinonimo di effimero, inconsistenza, morte e violenza.

C’è un’altra sezione interessante: quella sulle ombre.

In una grande  serigrafia che si chiama Miti troviamo vari personaggi della nostra vita, tratti dalla televisione, dal cinema, giocattoli, foto, fumetti e poi c’è Shadow: un detective immaginario che si rendeva invisibile per ipnotizzare i malfattori. Guardando bene ci si accorge che l’Ombra che vediamo è quella di Andy Warhol stesso. Dove finisse il personaggio Andy Warhol e cominciasse la persona vera non ci è dato sapere. Sicuramente però il Warhol nascosto, quello che restava nell’Ombra, era una parte considerevolmente grande ed importante. E per lui era così importante l’ombra delle cose da aver ritratto anche solo quella, senza gli oggetti che la proiettavano.

Tutta l’arte di Warhol rappresenta ciò che la nostra società produce e che produce in massa, in serie: prodotti commerciali, icone, falsi dei, miti, morte e violenza. Che lo sguardo ne venga ipnotizzato o scioccato, l’importante è guardarla dritta in faccia, per non diventare anche noi un prodotto seriale di quella società, anche noi scatolette di zuppa.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...