Jack London

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Scrivere qualcosa su London è difficile come parlare della propria vita, del mondo, dell’universo e di tutto quanto, perché l’argomento è talmente vasto, eterogeneo, profondo ed importante che davvero non so come gestirmela. Però ci voglio provare, perché troppo spesso il nome di London è legato solo a Zanna Bianca e al Richiamo della Foresta, mentre in realtà ogni volta che vado in libreria trovo un libro nuovo, e ogni volta esclamo: “Toh! E’ uscito un altro libro di Jack!”. Il che è anche vero perché qualche saggio editore a volte si sveglia e ne pubblica uno che magari non veniva pubblicato da anni o non era stato tradotto. Insomma, fra romanzi, saggi, memorie e racconti la sua vastissima e variegata produzione letteraria merita di essere almeno in parte conosciuta.

INTRODUZIONE

Jack London è stato:

uno strillone di giornali, un cacciatore di foche nel Mar del Giappone, un pescatore clandestino di ostriche, un operaio in una fabbrica di conserve, un avventuriero nei mari del Sud e in Australia, un cercatore d’oro nel Klondike e nello Yukon, un socialista, un lavandaio, un agente assicurativo, un corrispondente di guerra Russo-Giapponese dalla Corea, un infiltrato nei bassifondi di Londra, arrestato per vagabondaggio, un autodidatta, un lettore accanito di romanzi e di testi filosofici, un hobo in America, un pugile, un coltivatore, un viaggiatore, un frequentatore di borghesi e contrabbandieri, un marito e un padre, un galeotto, un alcolizzato, uno scrittore.

London è morto (presumibilmente) suicida a… 40 anni.

Nell’introduzione a Aspetta primavera, Bandini di John Fante (edizioni Einaudi) il mitico Niccolò Ammaniti ci racconta, nel suo particolare e spassoso modo, cosa Fante ha significato per lui, perché lo ama e che tipo di scrittore era. Suddivide quindi gli scrittori in due grandi categorie: quelli da tana e quelli da prateria.

Gli scrittori da tana, come Fante, sono quelli che vivono ai margini della prateria, che ogni tanto escono dalle loro buche sotto terra e osservano, raccolgono informazioni, rielaborano e scrivono storie al sicuro nelle loro tane. Ci sono poi quelli che

“come gazzelle o leoni abitano nella prateria esposti a 360 gradi alle aggressioni della vita, mai completamente rilassati, chi pronto a fuggire chi a inseguire. Devono fare affidamento solo sulle proprie forze per sopravvivere, riprodursi e nutrirsi. Sono loro al centro della pista, sono loro che fanno le capriole e si esaltano raccontando di sé. Come lupi affamati si gettano sulla vita e ne strappano brandelli producendo il combustibile per le loro storie.”

Eccolo Jack London, uomo e scrittore, riassunto perfettamente in quest’ultima frase di Ammaniti.

L’AVVENTURIERO

Si dice che chi legge vive mille vite e non una sola. Questa regola vale anche al contrario: anche chi scrive vive mille vite. Poi però c’è Jack London che di questa regola ne ha fatto uno stile di vita, si perché lui, queste vite le ha vissute davvero.

Il protagonista del Vagabondo delle Stelle è un condannato a morte detenuto nel carcere di San Quentin che durante i periodi di isolamento compie dei “viaggi” nelle sue vite precedenti.

Questo libro non è sicuramente uno dei più belli, ed è anche piuttosto difficile da leggere a dirla tutta. L’ho citato perché è il primo libro di Jack London che ho letto (e l’ultimo che lui ha scritto) e perché, nonostante sia un libro atipico, è stato in qualche modo un involontario approccio esemplare alla sua letteratura: il galeotto, il vagabondo, il fantasioso Jack dalle mille vite diverse.

Scindere la sua vita da quelle dei suoi personaggi è praticamente impossibile perché London è in ogni racconto, in ogni libro e in ogni storia, che per quanto fantasiosa affonda comunque le radici nella sua vita prima di spingersi oltre. Certo, i racconti delle Mille a una Morte sono solo racconti, così come inventate sono le vicende della Figlia delle Nevi, Lupo di Mare o la Classica Faccia da Pugile, ma il punto è che London ha navigato davvero a caccia di foche, così come è stato in Polinesia a contatto con genti che gli avranno fatto venire in mente Il Dio Rosso, o sul ring, o nel freddo dell’Alaska a cercare l’oro, dove si sarà magari veramente trovato a dover Accendere un Fuoco in mezzo alla neve con i cerini bagnati.

L’avventura, la natura, la wilderness, la vita, la morte e l’istinto.

Quello che domina i suoi racconti, tutto ciò che travolge il lettore è qualcosa di talmente vero e reale che si sente fino in fondo all’anima il sapore della vita che quest’uomo ha morso e divorato avidamente. Si ha la sensazione che London cercasse di tracciare nuovi confini oltre ciò che pensava fossero i suoi limiti, rischiando spesso tutto, anche la vita. Ma comunque andando avanti, ripartendo, vivendo, volendo e cercando di più. Fino allo sfinimento, fino a consumarsi.

IL SUPERUOMO SOCIALISTA

Il mondo letterario di London è intriso di superomismo e darwinianesimo estremo: solo il più forte emerge, e vince, in un mondo che è dominato dalle leggi spietate della natura. Un mondo di istinti ancestrali di cui spesso i cani sono testimoni tutt’altro che silenti. In questo senso è una scelta geniale quella di narrare Il Richiamo della Foresta dal punto di vista dello stesso Buck, un cane, rappresentante della natura.

Ed è interessante trovare nella prefazione di un romanzo tradizionalmente ritenuto per ragazzi (tanto da essere difficilmente reperibile in libreria se non nelle insopportabili edizioni “per ragazzi”) nomi come quelli di Marx, Spencer, Hardy, Nietzsche, Schopenhauer, Darwin e tanti altri. Insomma diciamoci la verità… sarà anche una bella avventura quella di Buck, ma smuove e mette in moto dei meccanismi (come London è bravissimo a fare) che ti fanno dubitare ed infine fanno rinascere sentimenti di ostilità verso una società che ci ha e ci sta lentamente derubando di quello che in realtà è sempre stato nostro, per diritto di nascita in quanto, come Buck, siamo creature naturali. Un modo di vivere che estirpa sistematicamente istinti, percezioni, sensazioni e tutto ciò che di vitale ci era rimasto, racchiudendoci in un mondo personale e sociale che non è veramente nostro.

Eppure sul fondo qualcosa è ancora intatto, ed insiste nel (ri)chiamarci a sé: è The Call of the Wild.

Ma questo London superuomo iosonopiùganzodituttivoipoveriplebei è stato anche un socialista, un uomo del popolo. Ha vissuto in incognito fra gli operai dei bassifondi londinesi, è andato a vedere cosa succedeva negli ospizi, fra i disoccupati affamati. E ha raccontato il lato oscuro della tanto decantata Rivoluzione Industriale Britannica ne Il Popolo degli Abissi, sparando a zero sull’incapacità della classe politica inglese, ipocrita e responsabile di quei meccanismi che avrebbero portato una parte di società inevitabilmente alla miseria e alla morte.

Ma il suo capolavoro (fanta?)politico e più conosciuto è Il Tallone di Ferro, di spunto Marxista, dove Jack (attraverso il rivoluzionario Ernest) non solo se la prende con il capitalismo che dà un’illusione di democrazia mentre in realtà è al servizio solo degli interessi della classe agiata, ma anticipa, analizza e sputtana quei meccanismi del capitalismo che non potranno che portare alla dittatura (era il 1908!).

IO E JACK

Leggere Jack London è come prendere un cucchiaino e scavarti lentamente un lungo tunnel fino a meandri che sapevi essere lì, ma mica più di tanto. E una volta arrivato infondo sorprendere una vocina acquattata che dice: “Ops, mi hai scovato! Beh, ce ne hai messo di tempo!”.

Non so se vi è mi capitato, in quei momenti illuminanti di intimo personale ascolto, di sentire quel non-so-che… quella sorta di scintilla lì dentro di voi, che vi fa credere di essere capaci di ogni cosa, che vi chiama, che… quasi quasi…. vi spingerebbe a….

ma lo sai che io…. si, io vorrei…potrei anche….

ma…

però dovrei… e se poi… ma no…forse è meglio di no…

Ed è fatta! L’avete sentita, forte per un secondo, ma subito la cautela vi ha riportato nel mondo conosciuto, al sicuro e tranquilli.

L’avrete sentita qualche volta no? Beh, Jack ha preso quegli attimi, quelle vere, profonde, scintille di lucida folle vitalità, e li ha trasformati in un incendio inestinguibile. Lui è uno che la paura e il “mondo convenzionale e tagliato con l’accetta” l’ha mandato “a morire ammazzato”. E io come vorrei poterci andare a fare una chiacchierata! Gli offrirei un sacco di birre (analcoliche!) e ci parlerei tutta la notte! Io, che sempre più spesso mi domando: “Jack London che farebbe?”.

Non posso chiedergli tutte le risposte certo, eppure un modo per intravederle c’è. E’ tutto scritto lì, nero su bianco. Si, perché London ci ha dato le sue risposte e ci ha spudoratamente raccontato se stesso nei romanzi, e in tre in particolare, che sono poi quelli che amo di più: Martin Eden,  La Strada– diari di un vagabondo e John Barleycorn – ricordi alcolici.

Martin Eden è un romanzo immenso, non ci sono altri aggettivi per definirlo.

Martin è l’alter ego più ego di Jack London, che stavolta si prende e si mette a nudo raccontandosi in terza persona. E parlare di noi in terza persona ci permette di parlare di noi stessi liberamente, con distacco. E infatti Jack emerge in ogni riga, nella vita di Martin che fa il marinaio, il lavandaio, che divora libri, che vuole a tutti costi emergere dalla massa, raggiungere la bellezza di una classe che lui ritiene intellettualmente superiore, che vuole conquistare una donna di quella classe e che più di ogni altra cosa vuole diventare scrittore. E ce la fa. Solo con la sua incrollabile fede in se stesso e nei propri mezzi, ci arriva. E quando ci è arrivato si accorge però che niente ha più senso.

London ha scritto questo libro mentre girovagava a bordo della sua barca, ormai all’apice del successo, verso i mari del Sud. E non voglio dirvi come finisce il romanzo, anche se… se conoscete la canzone omonima di Bobo Rondelli probabilmente l’avete già intuito.

Ma i due libri realmente autobiografici dove Jack racconta proprio Jack sono La Strada e John Barleycorn.

Caro Kerouacchino che giochi a fare l’hobo nella tua macchinina con il tuo amico Neal, hai scoperto l’acqua calda! Torniamo indietro di una sessantina d’anni….

Mentre gli Usa cominciavano a godersi un po’ di sano sogno americano, Jack fa fagotto e parte alla volta dell’America. Era il 1894 e il nostro Sailor Jack aveva 18 anni. La Strada è il diario, raccolto e riscritto dal Jack grande, del suo periodo di vagabondaggio per l’America. E il suo era un vero vagabondare, era un hobo, un senzatetto che saltava dai treni merci in corsa, che elemosinava cibo e per questo veniva spedito in galera.

E perché uno sano di mente a 18 anni dovrebbe farlo?

“Feci il vagabondo, beh, a causa della vita che era in me, della bramosia di viaggiare che avevo nel sangue e che non mi concedeva di stare fermo. La sociologia è stata una scusa, è venuta dopo, allo stesso modo in cui ti trovi la pelle bagnata dopo un’immersione. Io andai sulla strada perché non potevo starci lontano; perché in tasca non avevo i soldi per il biglietto del treno; perché ero fatto in maniera da non poter lavorare tutta la vita allo stesso turno; perché, beh, ma semplicemente perché era più facile che non farlo.”

Non fa una grinza.

Prima di scrivere su John Barleycorn avrei voluto rileggerlo, per vedere se mi veniva più facile spiegare perché amo tanto questo libro. Si, perché questo è uno di quei libri, rarissimi da trovare, che ti dà talmente tanto che qualsiasi cosa tu dica non potrai rendergli giustizia. Se non l’avete ancora letto, per favore, fatelo.

Jack London e stato un alcolizzato per buona parte della sua vita, ed è proprio attraverso il suo rapporto di amore\odio con John Barleycorn (il nome che indica l’alcool) che Jack ci racconta praticamente tutta la sua vita, riflettendoci su, analizzandosi, e facendoci il grande privilegio di condividere tutto con noi. Ci confida le sue vere storie e i suoi pensieri con una gradevolissima autoironia, senza essere mai pesante… nemmeno quando mette a nudo i suoi sentimenti sul vivere, nemmeno quando senti fra le righe che questa persona sta come tirando le somme perché sa che non è rimasto molto (morirà dopo tre anni, per volontà propria, forse). E tu non puoi che riflettere sulla tua di vita, su ciò che vuoi e su quanto distante la tua vita sia dal tuo vero sentire e sei a nudo anche tu con lui… sei allegro e disperato, nostalgico, inquieto, desideroso di avventura, riflessivo, disperato, assetato di vita, ansioso di conoscere la verità, appassionato, e poi disilluso.

Consiglio di leggere Jack London a:

i cercatori, a quelli curiosi, ai viaggiatori (di terra, di mare, di strada, e delle stelle), a quelli che hanno sempre fame di qualcosa, agli ottimisti irriducibile e ai disillusi senza speranza, a quelli che vanno avanti nonostante tutto, perché la vita è una ed un’avventura tutta personale.

NOTA:

Devo doverosamente dire che quello che ho scritto in questo articolo non è tutta farina del mio sacco, ma è il risultato di interminabili e ispirati dibattiti, e di lunghe serate di discussioni letterario\filosofico\morale\sociale su Jack tra me e la mia dolce metà. Colui cioè che condivide quest’avventura con me, e che ha portato Jack nella mia vita quando per il mio trentesimo compleanno mi ha regalato Il Vagabondo delle Stelle.

(ed io esclamai: “Grazie! Un libro di quello lì che ha scritto Zanna Bianca!”)

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